Cari amici, oggi vi parlo del ruolo che i nostri suoli possono giocare nella lotta alla crisi climatica. Sappiamo che i terreni agricoli e quelli urbani possono diventare veri e propri serbatoi di carbonio. Attraverso pratiche rigenerative, conosciute come carbon farming, è possibile catturare CO₂ dall’atmosfera e restituirla al terreno sotto forma di fertilità e sostanza organica.
Il 2025 segna un passo importante anche a livello europeo: è entrato in vigore il nuovo Carbon Removal Certification Framework (CRCF), che introduce standard comuni per certificare e valorizzare i sequestri di carbonio. Questo significa che gli sforzi degli agricoltori, se misurabili e trasparenti, potranno finalmente avere un riconoscimento concreto, economico e ambientale.
Ma non parliamo solo di grandi aziende agricole. C’è un legame diretto con le nostre azioni quotidiane: la raccolta dell’umido. Ogni scarto organico, se correttamente differenziato, può trasformarsi in compost di qualità. E quel compost non è un semplice “fertilizzante”: è un alleato che migliora la struttura dei suoli, aumenta la biodiversità, trattiene acqua e, soprattutto, favorisce il sequestro del carbonio.
In questo percorso ho avuto il piacere di partecipare agli eventi promossi dal Consorzio Italiano Compostatori (CIC), che ha lanciato l’iniziativa Urban Carbon Farming. L’idea è semplice e potente: portare i benefici del compost e del carbon farming anche nei suoli urbani – nei parchi, nei giardini, negli spazi verdi delle nostre città – per renderli più resilienti, capaci di assorbire CO₂ e di contrastare le isole di calore.
Ringrazio il direttore Massimo Centemero per l’invito all’evento e consiglio il suo ultimo libro: La filiera del biowaste suoli fertili dalle nostre città, e ringrazio il moderatore Emanuele Bompan.