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Biodiversità: i custodi dei semi

Nell’ultimo decennio la biodiversità ha subito un grave danno. Anche in agricoltura abbiamo assistito ad una selezione di specie coltivate, sempre più circoscritte e uniformi, per ottenere  alto rendimento o per essere più adeguate ad un’agricoltura industrializzata. Il modello agricolo attuale è basato sulla “omogeneizzazione dei semi “.Cosa è stato fatto per preservare la biodiversità ? La Convenzione sulla diversità biologica (Rio de Janeiro, 1992), ratificata da 175 paesi, ha sancito la possibilità di conservare semi  per far fronte alla perdita di Biodiversità, all’erosione genetica e alla sfida della probabile crisi alimentare del terzo millennio.

 Nel  2002 i durante la Conferenza delle parti (L’ Aia, Paesi Bassi, 2002) è stato fissato l’Obiettivo 2010 di «raggiungere una significativa riduzione dell’attuale tasso di perdita di biodiversità». Sono nate così numerose Banche del germoplasma, volte alla conservazione di materiale biologico in base a criteri di endemicità, rarità e vulnerabilità. In Italia,  è  in corso di progettazione da parte della Società Botanica Italiana e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, una rete tra le Banche del germoplasma italiane, denominata Rete Italiana Banche del germoplasma per la conservazione Ex situ della flora spontanea italiana. Iniziative differenti partono dal basso: quest’anno a Firenze c’è stata la carovana dei “custodi dei semi”  contadini di 26 associazioni presenti in decine di paesi, guidati dall’ambientalista indiana Vandana Shiva. Attraversano l’Europa per sostenere la difesa dei semi tradizionali: quelli che non si comprano, che non dipendono dalle multinazionali e conservano i sapori antichi. Questo nuovo movimento, radicato nelle comunità più povere del pianeta, denuncia il “genocidio delle tradizioni alimentari e culturali” e il “furto di biodiversità”. Di fatto oggi i tre quarti dei semi utilizzati in agricoltura provengono dall’agroindustria: un consistente passaggio di ricchezza dal settore agricolo a quello industriale.  Nella storia dell’agricoltura circa 10 mila specie vegetali sono state utilizzate per produrre cibo per gli uomini o per gli animali addomesticati. Oggi questa ricchezza si è prosciugata: 150 colture nutrono la maggior parte della popolazione mondiale. E di queste 12 (soprattutto riso, frumento, mais e patate) garantiscono l’80 per cento del cibo di origine vegetale. Un impoverimento del patrimonio genetico che potrebbe costarci caro in tempi di mutamento climatico, con un bisogno crescente di piante capaci di sopportare situazioni di stress idrico.
La normativa dell’Unione europea in questo settore va rivista perché permette di comprare e vendere solo i semi che si conformano alle logiche del modello industriale, nel registro nazionale possono essere inserite unicamente le varietà distinte, uniformi e stabili. Quindi, per definizione, le varietà locali non sono ammesse: quello che per la natura è essenziale, cioè la diversità e l’adattabilità, per la legge è vietato. Se vogliamo difendere la nostra sicurezza alimentare bisogna inserire il principio della proprietà collettiva delle varietà locali.

Patty L’Abbate

 

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